L’ippica tramonta: è colpa delle slot machine? I casi di Roma e Milano

L’ippica tramonta: è colpa delle slot machine? I casi di Roma e Milano

08 gen 2015 | 07:21 Editor: Invernizzi, Lorenzo

Anche nel mondo dell’azzardo a volte un gioco viene soppiantato da un altro. E i suoi appassionati assistono al suo ineluttabile tramonto.

Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo declino di attività più “tradizionali” come le scommesse ai cavalli e il poker a favore di giochi nei quali prevale decisamente la componente aleatoria, come slot, videolottery e Gratta e vinci.

Cavalli... stremati

Alcuni sostengono che il crescente successo delle nuove lotterie e delle slot abbia contribuito ad affossare ulteriormente il settore ippico. Una considerazione in parte condivisibile, se si pensa che in genere le persone destinano al gioco d’azzardo una parte limitata delle proprie sostanze: è quindi comprensibile che la coperta diventi troppo corta per le attività che riscuotono meno i favori del pubblico. E’ ormai qualche tempo che il settore dell’ippica in Italia sta perdendo colpi, a dispetto di chi vorrebbe tenere vivo questo patrimonio sportivo e culturale mantenendo in attività le strutture deputate a questo scopo.

La capitale capitola

ippodromo di Tor di Valle a RomaFabrizio Intonti ha pubblicato sulla rivista Gasometro, edita da 20090, un articolo intitolato “L’antico tempio dei cavallari” dedicato alla chiusura dell’ippodromo di Tor di Valle a Roma. “Se un forestiero si aggirasse oggi per le strade di Roma chiedendo ai passanti indicazioni su dov’è che in città si fanno i biscotti e si prende il bagno, nella stragrande maggioranza dei casi verrebbe guardato in modo strano” scrive Intonti. Che cosa significavano queste due espressioni? “Si sentiva odore di biscotto davanti a una corsa che poteva essere stata truccata perché il fantino non aveva ‘spinto’ il cavallo come avrebbe dovuto” riporta l’autore. Prendere il bagno, invece, significava sbagliare tutte le puntate.

Gli anni d’oro dell’ippica

Un modo di dire che i protagonisti del film “Febbre di cavallo” (l’indossatore Mandrake, il disoccupato Pomata e il parcheggiatore Felice) ben conoscevano, in quanto evidentemente non assistititi dalla dea bendata o comunque non dotati di capacità pronostiche. Il cast della pellicola di Steno, uscita nel ’76, annovera tra gli altri Gigi Proietti nel ruolo di Mandrake, Enrico Montesano in quello di “Er Pomata”, Catherine Spaak (Gabriella, fidanzata di Mandrake), Adolfo Celi e Mario Carotenuto.  All’epoca del film il mondo dell’ippica navigava in acque migliori di adesso. In quegli anni a Roma erano ancora attive la struttura di Tor di Valle, dedicata al trotto, e quella delle Capannelle, per il galoppo: entrambe sono state recentemente accorpate nell’ippodromo di Capannelle. Quest’ultimo, scrive Intonti, “guarda al proprio passato con quella triste e stanca rassegnazione di una vecchia signora che sente di non piacere più e rinuncia persino a truccarsi”. Per Intonti, durante gli anni d’oro dell’ippica vita e teatro si mescolavano sugli spalti romani, “animati da personaggi da commedia all’italiana, avvocati finti o finiti, esistenze multi-tasking, commercianti in poi-te-lo-spiego, sedicenti esperti di import-export, malcelati papponi e profondi conoscitori della storia di Regina Coeli, insieme ad autentici appassionati e membri di aristocratiche famiglie romane proprietarie di terreni e di cavalli”.

Se Roma piange Milano non ride

ippodromo del trottoA Milano da qualche tempo è stato chiuso l’ippodromo del trotto, struttura realizzata negli anni Venti. Una decisione, ha scritto Enrico Fedrighini sul Corriere che “ha lo stesso sapore, per gli appassionati di ippica, che avrebbe per i calciofili la serrata dello stadio Meazza. Un inaccettabile insulto alla memoria di un luogo dove sono state scritte pagine storiche dello sport. La differenza è che in Italia il calcio viene seguito da alcuni milioni di persone, mentre l’ippica, dopo il boom degli anni Cinquanta e Sessanta, non è riuscita a consolidarsi nella cultura sportiva nazionale”.

Giulio Cavalera, nel nome il destino

“Se posso, evito di passare di fronte all’ippodromo del trotto di Milano, per non farmi prendere dalla malinconia – commenta Giulio Cavalera, proprietario delle scuderie ‘Il Gabbiano’ tra il ’77 e il ’97, oltre che prolifico scrittore di romanzi -. Avevano detto che l’avrebbero spostato a Settimo Milanese. D’altra parte, la vicinanza allo stadio di calcio, che notoriamente è una fonte di grande rumore e di disturbo anche per i cavalli, non rende l’attuale collocazione di fianco a San Siro una delle migliori”. Si è parlato anche di destinare i terreni che attualmente ospitano l’ippodromo in disuso a interventi edilizi. “Avrebbero anche potuto accorpare trotto e galoppo, come hanno fatto a Roma con Capannelle – aggiunge Cavalera -. Sono state fatte tante ipotesi, ma poi nulla di fatto. In compenso, in altre parti d’Italia sono stati aperti altri ippodromi”. Eppure, la vicinanza alla nuova linea 5 del metrò avrebbe potuto incoraggiare un piano di riqualificazione urbana con la creazione di un “quartiere dello sport”.

Ippodromi focolai del vizio?

ippodromo “Un luogo comune vede l’ippodromo come focolaio del vizio – prosegue il 63enne milanese, che in vent’anni di attività è stato proprietario di una trentina di cavalli -. Invece, potrebbe essere un bel posto nel quale trascorrere la domenica in famiglia. Il degrado in cui versa l’ippodromo del trotto è la dimostrazione che in Italia siamo ancora carenti per quanto riguarda la programmazione sportiva e culturale da parte dello Stato, il quale, è bene ricordare, trattiene una percentuale sulle scommesse. Da circa un anno e mezzo l’Unire (Unione Nazionale Incremento Razze Equine, ndr) paga i premi con notevole ritardo e questo  rende ancora più difficile l’attività delle scuderie, che nel frattempo devono giustamente corrispondere quanto dovuto al personale specializzato del quale si avvalgono, oltre che acquistare nuove attrezzature. In questo panorama sconsolante, ogni tanto emerge qualche campione. Dal punto di vista dell’organizzazione, la Francia rappresenta un modello vincente. Perché non copiamo da loro?”. D’altra parte nel Paese d’Oltralpe l’ippica è molto più seguita che da noi: “E’ accaduto di cavalli che ritornavano in Francia via nave dopo aver vinto una competizione all’estero e c’erano diverse persone al molo ad attenderli” ricorda Cavalera.

Una soddisfazione impagabile

D’accordo, per i proprietari di scuderie italiane non sono tutte rose e fiori. Ma è possibile avere un ritorno economico da questa attività? “Nei primi dieci anni, dal ’77 all’87, ci ho rimesso di tasca mia – afferma Cavalera -. Nel decennio successivo sono riuscito a recuperare il denaro speso prima, grazie anche ai preziosi consigli dell’allevatore Fausto Barelli. Di sicuro, mi sono divertito. Come dice la celebre pubblicità di una carta di credito, ci sono cose che non si possono comprare”. Per quanto riguarda l’attività delle scommesse, invece, Cavalera ritiene sia di gran lunga preponderante l’aspetto aleatorio su quello dell’abilità: “A 14 anni sapevo poco o nulla di cavalli – ricorda il proprietario delle scuderie Il Gabbiano -. Una volta al galoppatoio ho azzeccato cinque corse su sei. Mi sono quindi chiesto: che senso ha andare a lavorare? Ora, a distanza di anni, posso dire che sono troppi i fattori in gioco per poter fare un pronostico in maniera ‘scientifica’. Anche per un allevatore blasonato è difficile capire in anticipo se un puledro ha la stoffa per diventare campione”. Nonostante l’urbanizzazione, gli sport ippici in provincia di Milano continuano a sopravvivere e possono anche prendere forme insolite.

La caccia alla volpe... in Lombardia

Società Milanese di Caccia a CavalloA Vergiate, in provincia di Varese, ha sede la Società Milanese di Caccia a Cavallo, costituita nel 1882 per promuovere “la pratica e la diffusione degli sport equestri e in modo particolare la caccia a cavallo, quale attività sportiva dilettantistica, nonché l’allevamento e l’addestramento di cani” riporta lo statuto dell’associazione. “Negli ultimi secoli, ma soprattutto in tempi più recenti, la caccia si è trasformata, perdendo la sua funzione alimentare per diventare semplice attività ludica – riporta il sito Internet della Società Milanese di Caccia a Cavallo -. Anche per questa ragione è diventata oggetto di contestazione da parte di un movimento di opinione a difesa dell’ambiente e degli animali. La caccia a cavallo, con i suoi riti e le sue forme, gli abiti rossi e neri, i cilindri e le bombette, sembra ancor più anacronistica”.

Trombe e bombette

Il regolamento dell’associazione lombarda stabilisce che i cavalieri debbano indossare “giacca da cavallo nera o di tweed, pantaloni beige, cravatta a plastron bianca, panciotto da caccia, stivali neri senza risvolti o marroni e guanti. La tradizionale bombetta è sostituita da cap o casco coperto di velluto regolamentari”. Inoltre, “è norma di cortesia non montare prima del master (il capogruppo, ndr), ma occorre essere pronti a salire al primo squillo di tromba”.

Della volpe c’è solo l’odore

Caccia a Cavallo a regno unitoDa lungo tempo la caccia alla volpe viene contestata persino nel Regno Unito. In Lombardia, però, spiega sempre la società sportiva, “da quasi cinquant’anni si utilizza la tecnica del drag hunting. Questo metodo di caccia simulata consiste nel lasciare nei boschi e sui campi una traccia di odore di volpe che la muta dei cani fox hound dovrà scoprire e quindi seguire fino al termine del percorso dove riceverà un premio in carne da parte del master. Per i cavalieri che seguono la muta poco importa se la traccia odorosa sia stata lasciata da una volpe viva o da un cavaliere partito mezz’ora prima: la velocità dei cani, il galoppo e le difficoltà tecniche poste dal terreno accidentato della campagna sono e restano gli stessi. L’emozione e la soddisfazione tecnica non cambiano, ma si evita di arrecare disturbo a proprietà private, coltivazioni, zone urbanizzate e agli animali selvatici, dove ancora sono presenti”.

Altri giochi scomparsi

Andando a ritroso nel tempo, sono innumerevoli i giochi che erano popolari nel passato e che oggi sono caduti nell’oblio o restano comunque sconosciuti ai più. Uno di questi è la zara, citato da Dante nel V Canto del Purgatorio, nel quale i giocatori dovevano indovinare il risultato ottenuto con il lancio di tre dadi a sei facce. Nell’Italia Rinascimentale, invece, era diffuso il gioco dello zarro, proibito nel 1531 da Francesco Sforza con un editto.

Lo zarro caravaggesco

i bari caravaggioAlla fine del Cinquecento Michelangelo Merisi detto Il Caravaggio rappresentò  nella tela “I bari” due giovani che giocano allo zarro con un mazzo di carte liguri di seme francese: uno di loro viene “aiutato” da un complice presente sullo sfondo. Due dipinti con questo soggetto furono realizzati dal pittore lombardo (quello meno conosciuto è stato scoperto nella seconda metà degli anni Duemila grazie al collezionista 96enne sir David Mahon). Nella tela di Caravaggio anche i dettagli riconducono al mondo del gioco: il sette di cuori e il sei di fiori nascosti dietro la schiena dal giovane baro, il segno del “tre” mostrato dal complice più anziano, il quattro di quadri sulla tavola calato dal baro e la tavola da backgammon in primo piano, che conferisce tridimensionalità al dipinto. Il vestiario, il guanto bucato del suggeritore più anziano e il pugnale alla cintola del ragazzo, da utilizzare nel caso le cose si mettessero male, indicano invece una differenza di censo tra i malviventi e la loro vittima. Nello zarro ogni giocatore aveva a disposizione cinque delle venti carte del mazzo e gli unici punti previsti erano la coppia, il tris e il colore.

Don Chisciotte e le carte

Nel Seicento, pochi anni dopo che Caravaggio dipinse “I bari” entrarono in voga i Trionfi, un gioco derivato dai Tarocchi. Questi ultimi vennero e sono tuttora utilizzati a scopo divinatorio. Il termine trionfi designa anche le 16 figure degli Arcani minori del mazzo  di carte dei Tarocchi. Il gioco dei Trionfi è citato anche nella seconda parte del romanzo seicentesco Don Chisciotte della Mancia.

Uno scudiero ambientalista

Don ChisciotteNel 34esimo capitolo lo scudiero Sancho dichiara di preferire di gran lunga i Trionfi al gioco della caccia, definita come “un piacere che pare non dovrebbe esserlo, perché consiste nell’ammazzare un animale che non ha commesso nessun delitto”. Nel fantasticare ancora una volta sul suo futuro, Sancho riferisce che se diventasse governatore non avrebbe il tempo di dedicarsi a questa attività, perchè “la caccia e i divertimenti sono più per i fannulloni che per i governatori. Come io penso divertirmi è giocare nelle feste natalizie al ‘trionfo’ con la posta più alta e alle bocce la domenica e le feste”.

Il Faraone prima del poker

Facendo un salto in avanti di diversi secoli, prima che il poker prendesse il sopravvento, negli Stati Uniti divenne popolare il gioco di carte del Faraone. Oggi pressoché scomparso, è stato citato anche da Lev Tolstoj in una scena di “Guerra e pace”.

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Autore per Casinotop10.it

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