Gap: Rovinarsi È un Gioco: Parla Stefano Ledda
17 February 2012 | Di:
Un copione che da fastidio. Una tematica di cui non si parla come si dovrebbe: il gioco d’azzardo, un connubio di due parole in antitesi, dove “gioco” è divertimento, puerile, passatempo. Mentre l’”azzardo” il tempo lo toglie, prosciugando conti in banca, averi e vita.
E la morte è l’unica via d’uscita come per il personaggio interpretato da Stefano Ledda nella rappresentazione teatrale “Gap, Gioco d’azzardo patologico” andato in scena in Sardegna dove ha appena concluso un tour in sette puntate.
“GAP” è la storia di un giocatore, sintesi di molte vite e frutto di una lunga ricerca che trova sostegno scientifico e conferme nelle parole di uno specialista della materia, lo psicologo e psicoterapeuta Rolando De Luca: dalla sequenza di quadri in una narrazione in prima persona nasce l'urgenza del dibattito, la necessità di comprendere come e perché un innocuo divertimento si trasformi in sofferenza psichica e dramma sociale.
Il progetto gioca sulle parole e sugli effetti drammatici: si chiama “Rovinarsi è un gioco” e ha prodotto incontri, dibattiti con gli esperti e ha coinvolto soprattutto i ragazzi delle scuole medie e superiori.
Ogni rappresentazione inizia in maniera diversa: Ledda esordisce con una voce fuori campo che recita un rosario di numeri drammatici del gioco: spesa, vittime, giro di malavita.
E la proporzione con la vincita che spesso non c’è, che non viene mai rapportata con le somme giocate. O il numero di slot realmente collegate al sistema adsl che invece sono macchine che non perdono mai.
La pièce del Teatro del Segno, ideata, scritta e interpretata dall'attore e regista Stefano Ledda disegna un itinerario drammatico e amaro nei labirinti della mente e del cuore di un uomo vittima di una delle moderne forme di “dipendenza” psicologica più subdole, perché mascherata dall'apparenza di un innocuo passatempo.
Una storia che racconta tante storie con lo stesso copione: la casuale tentazione di sfidare la sorte sfocia nella perdita di controllo, alla scoperta della propria fragilità davanti all'ossessione che svuota di senso l'intera esistenza.
Stefano Ledda ha voluto parlare di questa droga tecnologica dopo aver studiato di persona la non-vita di tanti tossicodipendenti del gioco dei bar e dei locali dell’Hinterland di Cagliari.
È diventato confidente e portavoce di storie drammatiche quasi mai a lieto fine. Stefano odia il gioco e i suoi effetti e definisce lo Stato il “pusher” di questa droga.
Ha sfiorato il gioco, ma ha avuto la fortuna di fermarsi in tempo. Qualche partita a biliardo a stecca, qualche puntata al Lotto, e un giro fortunato in un casino in Slovenia.
Poi la possibilità concreta di prendere tante botte. Un ricordo quasi divertente ma solo perché si è fermato lì.
Come nasce l’idea per affrontare una tematica come il Gioco in teatro con uno spettacolo?
Dalla curiosità e dalla rabbia scaturita per un articolo letto sul quotidiano La Nuova Sardegna nel 2005, che raccontava di un tentato suicidio di un ragazzo di 35 anni vittima del gioco.
Il gesto fece scalpore e mi colpì cosa rappresentasse: una richiesta d’aiuto, un Sos di attenzioni. Allora ho cominciato a fare da tappezzeria nei bar, a osservare ogni giorno i comportamenti di persone comuni di Cagliari e dintorni.
A scoprire le loro storie, fatte di drammi familiari, di uomini che arrivano a mettere il cartello “Guasto” su una slot, per poi tornare e fare in modo che nessuno ci giocasse in loro assenza.
Come giudica lo Stato nell’ambito del gioco d’azzardo? Come reputa questa posizione a metà tra fare cassa, pubblicizzare e preoccupazione per la società?
Ho una visione oscura. L’emblema del fallimento di questo “pusher” è il provvedimento preso in occasione del terremoto nell’Aquila: ricostruire un disastro naturale attraverso una catastrofe sociale indotta. La pubblicità è deplorevole.
Quando vado nelle scuole a spiegare ai ragazzi le conseguenze negative del gioco mi sento rispondere: “E allora perché ci dicono di giocare, per gli spot ci portano a provarci?”. Questa considerazione mi lascia disarmato, hanno ragione
Da qui un progetto rivolto soprattutto alle scuole …
Gli appuntamenti con gli adulti sono stati pressoché deserti. Ma nei giovani troviamo un terreno fertile ma delicato.
La pubblicità è deplorevole, come quando l’Unione Sarda lanciò la campagna del “Poker buono”. Sono i ragazzi, i minori i destinatari del gioco e non si sta facendo altro che far credere loro che il futuro si costruisce sulla fortuna, insegnando, di fatto, la persona non vale nulla, che non importa ciò che costruiranno perché c’è la scorciatoia del gioco. Trovarsi davanti un ragazzo di 17 anni di Villamar che piange e dice di non riuscire a smettere è devastante.
Però il Governo tiene il decreto sulla Ludopatia in freezer, non è una malattia?
La risposta sono gli sportelli della Asl dedicati solo alle vittime del gioco o i gruppi di ascolto per i ludopati. Sono convinto che lo Stato non abbia interesse a definirla una malattia, porta guadagno.
Il presidente del Consiglio Mario Monti ci sta facendo piangere per molto meno però.
Qual è l’intento del progetto? Avvisare, parlarne, suggerire soluzioni, spaventare?
Dire come stanno le cose, senza fare finta di nulla, creare la consapevolezza di un pericolo. In Sardegna ogni famiglia butta nel gioco 1200 euro al mese, e questo dato può peggiorare se non si cambia l’approccio culturale, se non la si smette di associare l’azzardo al gioco.
Ma anche far capire che è possibile uscire dalla dipendenza e che il suicidio, come capita anche al personaggio, non è la (unica) soluzione.
C’è un episodio in particolare che l’ha segnata e alimenta il suo lavoro?
Sono due. Le parole di un ragazzo che diceva di sentirsi “come un vetro sporco” perché chi gioca si sente invisibile e tutti se ne fregano. E poi un padre che prese il braccialetto di battesimo del bambino per venderlo e usare i soldi per giocare.
Gap è l’acronimo dello spettacolo. Ma vuol dire anche divario: quale distanza bisogna colmare?
E' un progetto per la gente, ma le istituzioni non sono così sensibili, solo qualcuno si è accorta e ci appoggia con patrocini (senza contributi), ma è già qualcosa.
Qualcuno ha preso questa idea e l’ha fatta propria e va bene anche questo, ma ci sono state telefonate a vuoto, risposte mai avute fin dal 2005.
Ma il gioco ha anche aspetti positivi. Lei cosa salva? Non pensa ai posti di lavoro che da il gioco?
Non salvo nulla di qualcosa che toglie la libertà. Per ogni posto di lavoro in un casino tante famiglie vengono rovinate e si perde più un lavoro.
Il limite minimo di una partita è sceso a 4 secondi, di solito a 50 centesimi. Una giornata di lavoro in campagna vale 40 euro. L’azzardo non è un gioco, ma troppi sono convinti che siano solo video giochi.
Ma nei bar i flipper non ci sono più, ci sono solo slot machines.
Articolo di: L.C.
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